Rifugio Oberholz
architettura alpina contemporanea
tra le Dolomiti
Un albero sdraiato sul Latemar che guarda tre montagne
A 2.096 metri di quota, ai piedi del Latemar, il Rifugio Oberholz di Obereggen è uno di quei progetti che guardiamo con attenzione ogni volta che ragioniamo sul rapporto tra edificio e paesaggio. Non per la sua immagine, che negli ultimi anni ha fatto il giro del web, ma per il modo in cui ogni scelta architettonica, strutturale e impiantistica discende da un'unica idea.
Progettato da Peter Pichler Architecture con l'architetto Pavol Mikolajcak, il rifugio è un esempio chiaro di architettura alpina contemporanea che non imita la tradizione e non la rinnega. La reinterpreta. Ed è proprio questo equilibrio, raggiunto attraverso una progettazione integrata, che ci interessa raccontare.
Un rifugio nato da un concorso
Nel 2015 Obereggen Spa, la società che gestisce gli impianti di risalita della zona, bandisce un concorso per un nuovo rifugio accanto alla stazione a monte della seggiovia Oberholz. Il bando chiedeva due cose precise: un edificio architettonicamente riconoscibile rispetto agli altri rifugi e una struttura in grado di funzionare in tutte le stagioni, non solo durante l'inverno sciistico.
Il progetto vincitore entra in cantiere nell'aprile 2016 e viene completato nel dicembre dello stesso anno. Nove mesi di lavoro in quota, con tutto ciò che questo comporta in termini di logistica, finestre meteo e coordinamento tra le imprese. Un dato che da solo dice molto sul livello di definizione che il progetto doveva avere prima ancora di aprire il cantiere.
L'idea: un albero caduto con tre rami
Il concept è semplice da raccontare e difficile da costruire. L'edificio nasce dal pendio come un albero sdraiato, il cui tronco si divide in tre rami che si protendono a sbalzo verso valle.
Tre volumi, tre montagne
Ciascuno dei tre rami è orientato verso uno dei principali gruppi montuosi che circondano il rifugio e termina con una grande vetrata panoramica che inquadra il paesaggio dall'interno. Il profilo di queste terminazioni riprende il tetto a due falde delle baite tradizionali: un archetipo che chiunque riconosce, trattato però come frammento di una forma più complessa. È qui che il progetto trova la sua misura. La memoria del luogo resta leggibile, ma non diventa citazione nostalgica.
Un edificio che entra nel terreno
La parte posteriore del volume è parzialmente interrata. Al piano inferiore trovano posto servizi igienici, spogliatoi del personale e locali tecnici, mentre il piano terra accoglie il ristorante, il bar collegato all'ingresso, la cucina e i depositi. Una grande terrazza orientata a sud ovest completa lo spazio esterno. Il risultato è un edificio che riduce il proprio impatto visivo dal lato monte e si apre completamente verso valle, dove il paesaggio diventa protagonista.
Il legno come sistema costruttivo, non come rivestimento
L'aspetto che ci colpisce di più, da studio che tiene insieme architettura e ingegneria, è la coerenza del sistema costruttivo. Il rifugio è interamente in legno, e il legno non è una finitura applicata a una struttura di altra natura: è la struttura stessa.
Portali in abete rosso e geometria complessa
La struttura in legno è composta da una sequenza di telai rigidi in abete rosso, disegnati con strumenti di modellazione parametrica. Ogni portale ha una geometria diversa dal precedente, e l'insieme genera la forma curvilinea dello spazio interno. Tra un portale e l'altro, pannelli in legno lamellare a strati incrociati chiudono le superfici e formano leggere nicchie. La struttura resta completamente a vista: ciò che regge l'edificio è anche ciò che lo definisce architettonicamente. Un risultato che è possibile solo quando progetto architettonico e progettazione strutturale procedono insieme fin dal primo schizzo, e non in sequenza.
Larice fuori, abete dentro, rovere negli arredi
La scelta dei materiali segue la stessa logica. Larice per le facciate e la copertura, destinato a ingrigire con il tempo e ad avvicinarsi ai toni della roccia. Abete rosso per struttura e interni. Rovere per gli arredi. Tre essenze tipiche del territorio altoatesino, usate ciascuna dove le sue caratteristiche danno il meglio. I progettisti parlano di una «scultura omogenea», e l'espressione è corretta: il rifugio si legge come un unico oggetto materico.
Le pockets: la Stube reinterpretata
All'interno, la struttura curvilinea si trasforma gradualmente in pareti e crea delle nicchie raccolte che i progettisti chiamano pockets. Sono una rilettura della Stube, la stanza rivestita in legno tipica delle case e dei rifugi alpini. Invece di stanze chiuse, però, qui abbiamo spazi semiaperti che dividono il ristorante senza frammentarlo.
È un passaggio che guardiamo con interesse anche dal punto di vista dell'interior design: il senso di intimità non è affidato agli arredi o ai tessili, ma alla forma stessa dello spazio. Architettura, struttura e interni coincidono.
Energia e impianti: la geotermia a 2.000 metri
Un rifugio aperto tutto l'anno a questa quota pone un problema energetico serio. La risposta è una pompa di calore geotermica che produce calore e acqua calda sanitaria, distribuiti da un sistema radiante a pavimento. Il gestore dichiara che la struttura è riscaldata senza gasolio né gas, con un contributo crescente del fotovoltaico per cucina e illuminazione.
Anche qui, la scelta impiantistica non è un'aggiunta successiva. Un edificio in parte interrato, con un involucro in legno e grandi superfici vetrate, richiede che il comportamento energetico sia pensato insieme alla forma, non dopo.
Cosa ci insegna l'Oberholz
Un'idea chiara governa tutte le scale. L'immagine dell'albero non resta una suggestione: determina la pianta, la sezione, la struttura, l'orientamento delle aperture e la qualità degli interni. Quando un concept è solido, ogni decisione successiva diventa più semplice.
Struttura e architettura non si separano. Una geometria come questa non si disegna e poi si calcola. Si sviluppa insieme, con l'ingegnere strutturale seduto allo stesso tavolo dell'architetto. È lo stesso principio su cui lavoriamo ogni giorno in xzlab., dove progettazione architettonica e strutturale nascono dentro lo stesso gruppo.
La tradizione è un materiale di progetto. Il tetto a falde e la Stube non vengono copiati, vengono trasformati. Rispettare un contesto non significa rinunciare a un linguaggio contemporaneo, ma conoscerlo abbastanza da poterlo reinterpretare.
Conclusione
Il Rifugio Oberholz dimostra che un edificio può essere riconoscibile senza essere invadente, a patto che la sua forma nasca dalle condizioni del luogo e non da un'intenzione estetica fine a sé stessa. Nove mesi di cantiere in alta quota sono stati possibili perché il progetto era risolto in ogni sua parte prima di cominciare.
È il tipo di architettura che continuiamo a studiare, perché conferma un'idea in cui crediamo: progettare bene significa far dialogare discipline diverse fin dall'inizio, finché il risultato non appare semplice.