Depurazione, energia e idrogeno

da centro di costo a infrastruttura produttiva

Depurazione, energia e idrogeno: da centro di costo a infrastruttura produttiva

Depurazione, energia e idrogeno: da centro di costo a infrastruttura produttiva

Come un impianto di trattamento o un sito industriale energivoro può diventare un'infrastruttura energetica integrata

Impianto industriale di depurazione delle acque reflue urbane, esempio di progettazione integrata xzlab per trasformare un depuratore in infrastruttura energetica produttiva

Per anni la depurazione è stata letta come una voce di costo e basta: energia in entrata, reagenti, fanghi da smaltire. La normativa europea ha cambiato la traiettoria, e questa volta con date e obblighi precisi. La Direttiva (UE) 2024/3019 sulle acque reflue urbane, in vigore dal 1° gennaio 2025, fissa per il comparto del trattamento delle acque reflue urbane una traiettoria vincolante verso la neutralità energetica entro il 2045, con obiettivi progressivi a partire dal 2030 e audit energetici periodici per gli impianti sopra i 10.000 abitanti equivalenti, e introduce il trattamento quaternario per la rimozione dei microinquinanti, con le prime scadenze al 2033 per una prima quota degli impianti che trattano un carico pari o superiore a 150.000 abitanti equivalenti, fino alla totalità entro il 2045, e l'estensione, nelle aree a rischio, anche a quelli tra 10.000 e 150.000. La stessa direttiva introduce la responsabilità estesa del produttore: i settori farmaceutico e cosmetico copriranno almeno l'80% dei costi del nuovo trattamento e del relativo monitoraggio.

Il cambio di prospettiva, però, non è solo normativo. Un depuratore, e più in generale un sito industriale con consumi idrici ed energetici rilevanti, non va letto soltanto come centro di costo: può diventare un'infrastruttura energetica integrata. Il valore non nasce dal singolo chilowattora riconvertito, ma dall'insieme di energia rinnovabile autoprodotta, ossigeno utilizzabile nei processi, calore recuperabile, continuità operativa e minore esposizione ai costi dell'energia.

Non è un tema che riguarda solo i gestori pubblici del servizio idrico. Riguarda chiunque usi molta acqua o molta energia per produrre: agroalimentare e bevande, cartario, tessile e conciario, chimico e farmaceutico, trattamenti superficiali, e in generale ogni sito con un impianto di trattamento proprio o con scarichi rilevanti. Per queste realtà le soluzioni presentate in un recente workshop tecnico sulla depurazione del futuro, a cui abbiamo partecipato, non sono un esercizio di conformità: sono leve concrete su quattro voci di bilancio, energia, acqua, fanghi e fisco.

Meno acqua prelevata, meno fanghi da smaltire

Microinquinanti e PFAS: perché contano le combinazioni di tecnologie

Per i microinquinanti le tecnologie di riferimento sono l'ozonizzazione e i carboni attivi granulari (GAC), da sole o in combinazione. L'ozono scompone le molecole organiche più complesse, un filtro biologico attivo o i carboni rimuovono i contaminanti residui e gli eventuali sottoprodotti di ozonizzazione. Il punto emerso con più forza è che le combinazioni contano più delle singole tecnologie: abbinare ozono e filtrazione biologica riduce i consumi energetici e i tempi di contatto rispetto alle soluzioni usate da sole, e un dosaggio di ozono a monte dei carboni può allungarne sensibilmente la vita utile, cioè una delle principali voci di costo ricorrente di questi trattamenti.

È un aspetto rilevante anche per la rimozione dei PFAS, dove l'adsorbimento su carboni resta la tecnologia di riferimento, con una precisazione doverosa: l'efficacia reale dipende dalla matrice da trattare, dalle portate e dalle concentrazioni in gioco, dai tempi di contatto, dalla progressiva saturazione dei carboni e dalla gestione del materiale esausto. Non esiste una configurazione standard valida per tutti gli impianti. Esistono però impianti in piena scala che operano da anni, in Italia e nel Nord Europa, ciascuno dimensionato sul proprio refluo: non parliamo di prototipi.

Dall'effluente trattato all'acqua riutilizzabile

Per un'impresa il beneficio non si esaurisce nella conformità. Un effluente trattato a questo livello può diventare acqua riutilizzabile, nel rispetto dei requisiti qualitativi, autorizzativi e di gestione del rischio applicabili: il Regolamento (UE) 2020/741 definisce i requisiti minimi per il riuso irriguo delle acque affinate, e il riuso interno di processo, dove ammesso dalle norme nazionali, riduce direttamente prelievi e costi idrici. In territori dove l'acqua inizia a essere una risorsa contesa, è un vantaggio competitivo prima ancora che ambientale.

La linea fanghi e l'ozonolisi plug-in

C'è poi il capitolo fanghi, che per molti impianti industriali è la singola voce di smaltimento più pesante. L'ozonolisi applicata alla linea fanghi è una soluzione di tipo plug-in che in molti impianti può essere integrata senza stravolgere la linea esistente, previa verifica della configurazione e delle condizioni operative: può ridurre in modo significativo la quantità di fanghi da smaltire, i chimici di condizionamento e i costi di disidratazione, migliorando insieme la sedimentabilità del comparto biologico. Nei casi applicativi presentati l'investimento si è ripagato in pochi anni, ma il rientro economico va sempre costruito sui dati reali di ciascun impianto, non trasferito da un caso all'altro.

Energia: dall'autoconsumo all'accumulo su orizzonti lunghi

Schema di progettazione integrata di impianti e sistemi energetici per siti produttivi, con fotovoltaico, accumulo e idrogeno coordinati dallo studio xzlab

Il sito come piccolo sistema energetico

Il secondo fronte è quello energetico. Aerazione, pompaggi e trattamenti avanzati rendono la depurazione energivora, e lo stesso vale per molti processi produttivi. L'approccio presentato è quello del sito come piccolo sistema energetico: fotovoltaico ad alta efficienza per massimizzare resa e autoconsumo sulle superfici disponibili, sistemi di accumulo a batterie per la gestione giornaliera dei carichi, idrogeno per la parte che le batterie non coprono, cioè l'accumulo su orizzonti lunghi, da giorni a stagioni, e la gestione delle eccedenze rinnovabili, dove profilo energetico, spazi disponibili, autorizzazioni e dimensionamento lo rendano sostenibile.

Batterie e idrogeno: complementari, non alternativi

Su questo punto serve onestà tecnica, perché è il terreno dove circolano più promesse gonfiate. Batterie e idrogeno non sono alternativi ma complementari: le prime lavorano su secondi e ore, il secondo su durate lunghe: l'idrogeno stoccato non subisce il degrado ciclico tipico dell'accumulo elettrochimico, anche se elettrolizzatori e celle a combustibile hanno una loro curva di usura da mettere in conto. Riconvertire idrogeno in elettricità ha però un rendimento inferiore a quello di una batteria, quindi il vettore diventa interessante quando entrano in gioco altri fattori: continuità operativa per processi che non possono fermarsi, autonomie di giorni o settimane, accumulo dell'eccedenza estiva da usare nei mesi di deficit e, soprattutto, i sottoprodotti.

L'elettrolisi produce idrogeno e insieme ossigeno, che in un impianto di trattamento può supportare il comparto biologico e ridurre l'acquisto di ossigeno tecnico, lo stesso gas che alimenta anche i sistemi di ozonizzazione: un utilizzo da verificare caso per caso in funzione di purezza, pressione, continuità di fornitura, modalità di immissione e compatibilità con l'impianto esistente. Il recupero calore di elettrolizzatore e celle a combustibile, a sua volta, può essere riutilizzato nei processi del sito. È questa co-produzione di energia, ossigeno e calore, più del singolo chilowattora, a costruire il conto economico.

Incentivi: cosa c'è sul tavolo nel 2026

I quattro strumenti sul tavolo

Al momento in cui scriviamo gli strumenti principali sono quattro. Il primo è l'iperammortamento introdotto dalla Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025), che maggiora fino al 180% il costo fiscalmente deducibile dei beni strumentali nuovi per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, con aliquote decrescenti per gli scaglioni superiori: tra i beni agevolabili rientrano espressamente anche gli impianti per l'autoproduzione di energia da fonti rinnovabili destinata all'autoconsumo, sistemi di accumulo compresi. La finestra copre gli investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028, con gestione tramite la piattaforma del GSE.

Il secondo riguarda l'autoconsumo diffuso e le comunità energetiche rinnovabili, con la tariffa incentivante ventennale riconosciuta dal GSE sull'energia condivisa (per le imprese la partecipazione alle CER è riservata alle PMI). Il terzo, per i progetti di scala maggiore, è il regime da 6 miliardi di euro per l'idrogeno rinnovabile approvato dalla Commissione europea a marzo 2026, basato su contratti bidirezionali per differenza assegnati tramite aste competitive, con tempistiche legate al decreto nazionale di attuazione.

Il quarto è il nuovo avviso MASE nell'ambito di Mission Innovation 2.0 dedicato all'area strategica Idrogeno, appena pubblicato: 82,6 milioni di euro per progetti di ricerca, sviluppo e innovazione lungo la filiera dell'idrogeno, dalla produzione all'accumulo e trasporto, fino agli usi finali e all'integrazione tecnologica, con domande presentabili fino a novembre 2026. È la conferma di un interesse pubblico concreto verso la filiera, ma va letto per quello che è: un'opportunità da valutare caso per caso, non un incentivo automaticamente applicabile a qualsiasi impianto. L'ammissibilità dipende da soggetto proponente e partenariato, livello di innovazione del progetto, configurazione tecnica, destinazione dell'idrogeno e coerenza con i requisiti del bando, pensato per progetti con un contenuto reale di ricerca e sviluppo.

Non il bonus, ma la combinazione giusta

Sono strumenti con requisiti stringenti e finestre che si aprono e chiudono in fretta: il punto non è inseguire il bonus, ma verificare quale combinazione regge sul proprio profilo di consumi. E per chi produce nel farmaceutico e nel cosmetico il calcolo va fatto al contrario: la responsabilità estesa del produttore trasformerà il trattamento quaternario in un costo di filiera, e conoscere ora tecnologie e ordini di grandezza significa arrivare preparati a quel tavolo.

Da dove si parte

Impianto fotovoltaico ad alta efficienza per l'autoconsumo di un sito produttivo, soluzione di efficienza energetica industriale seguita in progettazione integrata da xzlab

Il percorso ragionevole non parte dalla tecnologia ma dai dati: consumi energetici reali, bilancio idrico, costi di smaltimento, continuità richiesta dai processi. Su questa base uno studio di prefattibilità dice se e dove i numeri reggono, e l'implementazione può poi procedere per moduli, senza fermare l'impianto esistente.

È il terreno su cui lavora xzlab. Come studio di progettazione integrata seguiamo impianti e sistemi energetici di questo tipo (fotovoltaico, accumulo, idrogeno, recuperi termici e di processo) e la loro integrazione nei siti produttivi e negli impianti di trattamento: dallo studio di prefattibilità sui dati reali al progetto esecutivo e alla direzione lavori, passando per gli iter autorizzativi e di prevenzione incendi, che nel caso dell'idrogeno pesano quanto la scelta della tecnologia, e per la documentazione tecnica richiesta dagli incentivi. Le tecnologie restano dei produttori specializzati con cui collaboriamo: il nostro compito è farle funzionare insieme, dentro un sito reale e dentro un conto economico.

Se la vostra azienda ha consumi idrici o energetici importanti e volete capire se questi numeri valgono anche per voi, il primo passo è una lettura dei dati reali di sito.

Informazioni tecniche fornite dal team CTS H2 rappresentato dal CEO Daniele Verardo DV.